Ricordi e Riflessioni

Ricordi e riflessioni

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(work in progress)

Il mondo dei vecchi, di tutti i vecchi, è, in modo più o meno intenso, il mondo della memoria. Si dice: alla fine tu sei quello che ha pensato, amato, compiuto. Aggiungerei: tu sei quello che ricordi. Sono una tua ricchezza oltre gli affetti che hai alimentato, i pensieri che hai pensato, le azioni che hai compiuto, i ricordi che hai conservato e non hai lasciato cancellare, e di cui tu sei rimasto il solo custode. Norberto Bobbio, De Senectute e altri scritti autobiografici, pag. 28, Einaudi ed. (Gli Struzzi), 2006.

1. Mio padre mi metteva in piedi sopra a una sedia davanti a sé e, tenendomi le braccia, spesso mi canticchiava Lili Marlene. La guerra era finita da meno di due anni e io ne avevo meno di tre. Questo credo che sia il mio primo ricordo. Fu così che imparai a canticchiare anche io Lili Marlene, in italiano la prima strofa e l’inizio della terza: “Tutte le sere / sotto quel fanal / presso la caserma / ti stavo ad aspettar. / Anche stasera aspetterò / e tutto il mondo scorderò / con te Lili Marlene. // Prendi una rosa / da tener sul cuor / legala col filo / dei tuoi capelli d’or.” Avevo imparato quasi a memoria anche la prima strofa in tedesco e ancor oggi più o meno me la ricordo: “Vor der Kaserne / vor dem grossen Tor / stand eine Lanterne / und steht sie noch davor / so woll’n wir uns da wieder seh’n / bei der Lanterne wollen wir steh’n / wie einst Lili Marlene.” Mio padre aveva fatto quasi cinque anni di guerra, i primi tre con i tedeschi come alleati, il resto come nemici. Quando mi capita (molto raramente) di riascoltare Lili Marlene mi intristisco: in quella melodia un po’ cupa c’è tutto l’orrore della guerra e la malinconia di soldati e giovani ufficiali di tutte le nazioni, mandati lontano da casa ad ammazzarsi reciprocamente. La guerra era ancora vicinissima e le armi erano dappertutto: sul lago era normale che i pescatori andassero a pescare lanciando bombe a mano nell’acqua e raccogliendo poi i pesci uccisi o storditi dall’esplosione. Mio padre aveva tenuto la sua pistola d’ordinanza (una Beretta calibro nove con due caricatori pieni) e il suo moschetto modello ’91 completo di baionetta e due caricatori; una volta uccise una gallina delle nostre che razzolavano in giardino con un colpo di moschetto, imbracciandolo e mirando bene. Nessuno fece caso allo sparo. Mi ricordo ancora tutte le penne che schizzavano nell’aria, come se la gallina scoppiasse.

2. Abitavo con i genitori in una villetta che sembrava quella tipica che disegnano i bambini: piano terra, primo piano e soffitta, ingresso al centro e balcone sopra l’ingresso; due stanze a piano terra e due al primo piano; quattro finestre; a metà della scala interna che portava al primo piano vi era una piccola toilette; intorno alla casa un giardinetto che nel retro si ampliava notevolmente. Uscendo di casa c’era la strada che portava al centro del paese, distante circa cinquecento metri. Attraversando la strada e superando un’aiuola si raggiungeva subito il lungolago e quindi l’acqua dello stesso. Avevamo galline e un gallo; anche dei conigli. C’era un albero di amarene, un caco e un grande fico. A un angolo del giardino, sul retro della casa e nascosto alla bell’e meglio da una siepe, vi era “l’immondezzaio” dove venivano scaricati i rifiuti domestici che, per la verità, erano a quell’epoca pochissimi; d’altronde non esisteva un servizio pubblico di raccolta rifiuti (la “nettezza urbana”): ogni famiglia si arrangiava in qualche modo a smaltire i pochissimi rifiuti prodotti (non era un problema). A un lato del giardino c’era un piccolo casotto per attrezzi e per la segatura, contenuta in una specie di mangiatoia: in casa c’era infatti una stufa a segatura per il riscaldamento della sola stanza da pranzo; d’altronde veniva accesa raramente ma non ricordo di aver mai patito il freddo. Entrando in casa la stanza a sinistra era la cucina, dotata anche di un camino completo di catena con gancio per appendere il paiolo sul fuoco. Uscendo di casa la strada portava a destra al paese, a sinistra raggiungeva, con un breve tratto in salita, la strada provinciale nella quale si immetteva. Le automobili erano rarissime; il trasporto merci locale avveniva soprattutto tramite carretti a trazione animale. I cavalli che percorrevano la breve salita spesso (probabilmente anche per effetto dello sforzo) defecavano, ma lo sterco non rimaneva sul manto stradale a lungo: molti ragazzi del paese, muniti di scatoloni, si dedicavano alla raccolta dello stesso, che poi rivendevano come ricercato e apprezzato concime ai più benestanti proprietari di ville e terreni. Per entrare in casa c’era un cancello e una porta di ingresso che, durante il giorno, non erano mai chiusi a chiave: bastava abbassare la maniglia delle porte per entrare. A nessuno veniva il dubbio che potesse così intrufolarsi facilmente un ladro.

RICORDI LONTANI

L’inverno (gennaio e febbraio) del 1956 fu particolarmente freddo, anche per gli standard di allora. Ricordo, tra l’altro, che il lago di Costanza (fra Svizzera e Germania e largo circa 15 km) alla fine di gennaio ghiacciò completamente e tanto da consentire il transito – fra una sponda e l’altra – anche agli autocarri. Le immagini (viste al cinema alla “Settimana Incom”: non avevamo ancora la televisione, riservata all’epoca a una ristrettissima élite) mi sono rimaste impresse. Comunque il freddo era iniziato alla fine di novembre, come era normale in quegli anni di assenza del global warming. A Natale del 1955 i miei genitori decisero di regalarmi una attrezzatura per sciare, pur limitata al solo abbigliamento; e anche se io non avevo espresso alcun desiderio in tal senso. Comunque il 24 sera ricevetti, sotto l’albero: una giacca a vento, un paio di pantaloni di lana dotati di passante sotto tallone (come era allora “obbligatorio” per i pantaloni da sci), un paio di guanti a manopola (e cioè senza dita) e, soprattutto, un paio di scarponi di cuoio con spessa suola di gomma a carrarmato, e naturalmente dotati – nel tacco –

della scanalatura alla quale avrebbe aderito la corda metallica dell’attacco. La giacca a vento era di un unico tessuto, senza alcuna imbottitura e piuttosto leggera; altrettanto dicasi delle manopole: siccome non ero stupido mi chiesi sùbito che protezione avrebbero potuto darmi (ma non esplicitai il dubbio ai genitori). I pantaloni dotati di passante sotto tallone mi piacquero ma, ciò che suscitò veramente il mio entusiasmo, furono gli scarponi. Bisogna considerare che, all’epoca, lo stesso acquisto di un paio di scarpe era un’operazione che doveva essere valutata per settimane e che richiedeva, fra l’altro, l’esame preventivo di decine di modelli (e soprattutto dei relativi prezzi) fermi in piedi sul marciapiede di fronte alle vetrine di numerosi negozi. Insomma: già un paio di scarpe nuove era per me un avvenimento importante; figuriamoci un paio di scarponi da sci. Erano anche belli e non mi stancavo di guardarli, di maneggiarli e perfino di annusarli. Intanto le feste di fine anno si susseguivano: Natale, Santo Stefano, San Silvestro e Capodanno; io guardavo i pantaloni con passante sotto tallone, qualche volta li indossavo

e mi ammiravo allo specchio, magari anche con la (cosiddetta) giacca a vento (leggerissima). Ma, soprattutto, mi compiacevo degli scarponi con scanalatura al tacco: indossavo anche questi (sempre in casa) e mi ammiravo vieppiù allo specchio. Avevo 11 anni e mezzo. Le feste di fine anno passavano, io avevo ricevuto in dono l’abbigliamento per sciare (compresi gli scarponi, certamente molto costosi), ma ancora non avevo mai sciato. I genitori si resero conto che era opportuno che io indossassi i doni sulle nevi, almeno una volta. E la volta arrivò il sei gennaio (all’epoca giorno festivo per tutti). Il circolo ricreativo della Cassa di Risparmio (dove era impiegato mio padre) aveva organizzato per la giornata una gita sciistica a Serrada di Val Folgaria, tipica località sciistica della piccola borghesia veronese, raggiungibile in un paio d’ore di pullman (l’alta borghesia andava a Cortina; gli operai non andavano a sciare, se non mosche bianche). Partii alle 8 con mio padre; già allora – se pure un po’ confusamente – mi resi conto del sacrificio al quale si sottoponeva, lui con la sua gamba di legno e solo per far sciare almeno una volta il figlio undicenne che aveva ricevuto in dono il relativo abbigliamento. Il “pullman” non aveva nulla a che fare con i pullman odierni: erano molto più corti, molto più stretti, molto più bassi e, pur tuttavia, come quelli odierni avevano una cinquantina di (strettissimi e scomodissimi) posti. Arrivammo a Serrada di Val Folgaria alla base degli impianti, consistenti in n. 1 seggiovia monoposto e n. 1 ski lift. Mio padre distese alla base di un abete la coperta che si era portata e si sedette sulla stessa appoggiando la schiena al tronco dell’albero; io mi attaccai gli sci (con difficoltà: era la prima volta) portati da Verona dove erano stati noleggiati; quindi cominciai a sciare: naturalmente non mi era permesso prendere lo ski lift né, tanto meno, la seggiovia monoposto. “Sciare” consisteva, nel mio caso, nel salire faticosamente e “a scaletta” il pendio prospiciente il posto di seduta di mio padre (che giustamente mi teneva sotto controllo). Salivo faticosamente per un dislivello di una ventina di metri quindi venivo giù lentamente, più o meno a spazzaneve. C’era un bel freddo a 1100 metri dove eravamo; avevo freddo soprattutto alle mani: con quelle manopole era esattamente come se avessi avuto le mani nude. Non oso ricordare il freddo che doveva aver patito mio padre, fermo per ore seduto su una coperta distesa sul terreno. A mezzogiorno mangiammo i panini portati da casa. Verso le ore 15 avevo fatto qualche progresso nelle discese a spazzaneve (e ciascuna per un dislivello di una ventina di metri). Verso le ore 16 il pullman (o corriera) ripartì per Verona, con noi due dentro.

Non misi più sci ai piedi fino all’inverno del 1971, quando iniziai a sciare veramente e con ben altra attrezzatura e abbigliamento (comperati da me). Gli scarponi ricevuti a Natale 1955 li indossai appunto la giornata dell’Epifania a Serrada; a fine gennaio (sempre dello stesso anno) ci fu una grande nevicata della quale approfittai per indossarli ancora un paio di volte in brevi passeggiate sotto casa. Per qualche tempo li vidi ancora in casa in un ripostiglio, poi sparirono, probabilissimamente riciclati da mia madre. Nel riciclo mia madre era una specialista, in particolare per i regali che io ricevevo. Quando avevo circa sette anni ricevetti in dono, da amici di famiglia, un “transatlantico”, una nave bellissima lunga una quarantina di centimetri e con una molla interna che, caricata con l’apposita chiave, faceva girare l’elica e navigare il natante. Ricordo che la feci navigare un paio di volte nella vasca da bagno riempita d’acqua per 15 centimetri; nel complesso la nave avrà percorso alcune decine di metri, sempre avanti e indietro nella vasca da bagno; poi, improvvisamente, sparì. Riciclata. Altrettanto per un revolver scacciacani (sempre ricevuto in dono all’età di sette/otto anni): era di acciaio cromato e il tamburo conteneva dieci colpi, ovvero piccole cartuccine metalliche con un po’ di polvere (e ovviamente senza alcun proiettile): l’esplosione del colpo era assordante ed entusiasmante. Anche il revolver sparì dopo poche settimane. A proposito: con gli scarponi sparirono anche i pantaloni con la fascetta sotto tallone, la (cosiddetta) giacca a vento e le manopole. Comunque si viveva, pur se con problemi.

Gianfranco Miglio: Quando ci abituiamo a riflettere, facciamo in maniera molto alla buona quello che fanno gli psicologi quando si addestrano nella psicanalisi, mediante la famosa “autoanalisi”: quest’ultima è una difficile ginnastica con cui l’individuo analizza la sua psiche e si ripiega con quelle che sono le sue esperienze
intellettuali e spirituali. Questo tipo di attività, che nello psicanalista è sostenuta da una quantità di strumenti tecnici, in realtà la facciamo anche noi, costantemente. Quando capita di ripensare alle proprie esperienze e di domandarsi quali siano i precedenti delle convinzioni che ci si trova nella mente, si compie proprio un’operazione di questo genere. Se si possiede l’attitudine a pensare, non si può non domandarsi come sia potuto accadere che certe convinzioni si siano formate dentro di noi. È l’abitudine a fare la storia di se stessi, ossia una delle prime attività che svolge un uomo intelligente: significa controllare il proprio io, volgersi all’indietro, per controllare quello che si è diventati. Se si fa anche in modo elementare questo esercizio così salutare, si è anche in grado di capire come certe scelte di valori siano maturate in noi.
È facile dire: «Ho scelto così perché ho scelto così»; ma allo stadio in cui siamo arrivati nello studio della psicologia, nessuno si sogna di affermarlo. Ogni nostra scelta, ogni nostro momento spirituale è legato a esperienze e a dati precedenti. Se allora svolgiamo questo lavoro elementare di controllo della nostra psiche, scopriamo perché abbiamo fatto certe scelte di valore. Nel momento in cui, ad esempio, ci rendiamo conto che una propensione per una certa tavola di valori è venuta dagli influssi che sono stati su di noi esercitati, ricostruendone la storia, immediatamente quella scelta non ci appare più come qualcosa di necessario, di evidente per se stessa, ma per quello che è: il prodotto di influenze. È la consapevolezza di questo nostro divenire che ci consente di liberarci dai valori.
Gianfranco Miglio, scienza della politica, Il Mulino, 2011, pag. 106.